Assemblea Costituente Civica di Sondrio il 19 ottobre

Venerdì 19 ottobre 2012

avrà luogo la 

Assemblea della Costituente Civica di Sondrio

Luogo e orario verranno comunicati a breve. Sarà l'occasione per presentare al pubblico l'iniziativa partita ad inizio estate che ha come obiettivo la costruzione di un progetto concreto per il governo della Città. La Costituente Civica parte dalla condivisione della Carta dei Valori che i costituenti si sono voluti dare e che riassume i principi della Costituente stessa.
L'Assemblea è pubblica ed aperta a tutti e sarà un modo per confrontarsi e per lanciare un messaggio di rinnovamento nel quadro amministrativo locale.

Altra stangata IMU: 9,8 per mille sulle seconde case

L'aliquota IMU seconde case ed attività sarà del 9,8 per mille. La Giunta del Comune di Sondrio ha deciso.
Quindi si prepara una nuova stangata per i cittadini: per coloro che hanno le seconde case e coloro che hanno attività produttive.
Nulla è valso il tentativo fatto dalle minoranze di differenziare le aliquote per non gravare sui "piccoli".
Si va avanti con la solita logica: aumentiamo le tasse.
Nessuno sforzo per differenziare le seconde case sfitte, il numero degli immobili posseduti.......
Se andiamo avanti così, in una città dove ogni giorno chiude un attività commerciale od artigianale, ci ritroveremo senza più tessuto produttivo.
Ci chiediamo ancora una volta se prima di aumentare le tasse non si possono percorrere altre vie.

Romney «smentisce» Tocqueville

Dal "Sole 24 ore" di lunedì 3 settembre


Quando il francese Alexis de Tocqueville, filosofo politico e morale, pubblicò il primo volume de "La democrazia in America", nel 1835, lo fece perché riteneva che la Francia fosse in una situazione molto grave e che potesse imparare qualcosa di utile dall'esperienza americana. Possiamo solo cercare di immaginare cosa avrebbe scritto della convention nazionale del Partito repubblicano a Tampa, in Florida.
Secondo Tocqueville, l'accentramento del potere nelle mani dell'assolutismo borbonico, seguito dalla Rivoluzione francese e dall'impero napoleonico, aveva distrutto sia gli aspetti positivi che quelli negativi dell'ordine neofeudale francese. A distanza di decenni, il nuovo ordine ancora non aveva raggiunto un assetto definitivo.
I sudditi dell'antico ordine, almeno secondo Tocqueville, erano smaniosi di difendere le loro libertà individuali e gelosi della loro sfera d'indipendenza. Erano consapevoli di far parte di una ragnatela di doveri, poteri, responsabilità e privilegi grande quanto la Francia stessa. Ma tra i francesi del 1835 «la dottrina dell'interesse» aveva prodotto un «egoismo sprovvisto di discernimento». Dopo aver «distrutto una società aristocratica», i francesi pensavano di potersi fermare «compiaciuti in mezzo alle rovine dell'antico edificio».
Alla Francia "malata" del 1835, Tocqueville contrapponeva la florida America, dove l'attaccamento all'idea che la gente dovesse perseguire il proprio interesse era altrettanto forte, ma diverso. La differenza, secondo il filosofo francese, stava nel fatto che gli americani erano consapevoli che non potevano prosperare se non prosperavano anche i loro vicini, e perciò perseguivano sì il proprio interesse, ma un interesse «bene inteso».
Tocqueville osservava che «gli americani si compiacciono di spiegare come l'amore illuminato per loro stessi li conduca continuamente a prestarsi un aiuto reciproco e li disponga a sacrificare volentieri al bene dello Stato una parte del loro tempo e delle loro ricchezze». Per i francesi, al contrario, si prospettava un futuro in cui era «difficile prevedere fino a quale stupido eccesso potrebbe spingersi il loro egoismo» e «in quali vergognose miserie essi affonderebbero per paura di sacrificare qualcosa del loro benessere alla prosperità dei loro simili».
Per Tocqueville la malattia della Francia del 1835 nasceva dall'eredità borbonica di governo autoritario, dall'alto, mentre la prosperità del l'America consisteva nel suo governo democratico, dal basso. Se si garantisce alle comunità locali un sufficiente controllo sulla gestione dei propri affari, sosteneva Tocqueville, si «vedrà facilmente lo stretto legame che unisce l'interesse particolare all'interesse generale». «Le libertà locali, che fanno sì che un grande numero di cittadini ricerchino l'affetto dei loro vicini e dei loro parenti, conducono dunque continuamente gli uomini gli uni verso gli altri, malgrado gli istinti che cercano di separarli, e li costringono ad aiutarsi fra loro».
Sono passati quasi due secoli da quando Tocqueville scrisse la sua celeberrima opera. Il legame fra l'interesse generale e l'interesse privato dei singoli americani è diventato molto più forte, anche se il loro interesse privato è legato a una casella postale alle isole Cayman. Anzi, tutte le fortune realizzate con il private equity nell'ultima generazione non hanno potuto prescindere da investimenti o scambi con quel nucleo industriale dell'economia mondiale che è l'Atlantico settentrionale.
Ma i meccanismi che i singoli individui possono usare per coordinarsi con i loro vicini in un'azione politica capace di fare la differenza nella propria vita sono diventati molto più labili. Se, per esempio, il 25% delle mille famiglie del quartiere Brookside di Kansas City, nel Missouri, sottoscrive un pre-abbonamento, Google offrirà ben presto a tutte le mille famiglie l'opportunità di avere servizi internet molto economici e molto veloci. Ma questa è la proverbiale eccezione che conferma la regola.
E i repubblicani si sono riuniti a Tampa per celebrare la regola, per dire che l'America che vide Tocqueville non esiste più: gli americani non credono più che il benessere dei ricchi poggi sulla prosperità degli altri. Al contrario: i ricchi devono la loro ricchezza unicamente alla propria buona sorte e ai propri sforzi. I ricchi - e solo i ricchi - hanno "costruito" quello che hanno. La disponibilità a sacrificare una parte del proprio interesse privato in favore dell'interesse pubblico nuoce all'anima e al portafoglio di quell'1 per cento.
Forse questa tendenza morale e intellettuale si rovescerà e l'America rimarrà eccezionale per le ragioni che Tocqueville individuò due secoli fa. In caso contrario, Tocqueville oggi direbbe sicuramente degli americani quello che diceva allora dei francesi. La principale differenza è che è diventato fin troppo facile «prevedere fino a quale stupido eccesso potrebbe spingersi il loro egoismo» e «in quali vergognose miserie essi affonderebbero».

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Teatro Pedretti: qualcuno si è accorto che i lavori sono fermi

Nella pagina "Segnalazione dei Cittadini" sono apparsi tanti post e tutti interessanti. Risponderemo in modo puntuale a tutti.
In particolare è apparso un post molto semplice: a quando la riapertura del Pedretti?
Oggi compare una dichiarazione del Sindaco di Sondrio che " è molto arrabbiato perché ci ritroviamo senza Teatro"
Incredibile dopo un anno che i lavori sono sospesi ci si accorge che i lavori sono fermi!!!
Ricordiamo che l'argomento è stato oggetto di ben due interpellanze fatte in Consiglio Comunale dove la minoranza, saputa la difficoltà in cui versava la Sacaim ( ditta appaltatrice dei lavori), chiedeva soluzioni immediate alla Giunta.
Nonostante non si vogliano dare giudizi sulla vicenda è lecito chiedersi se forse non si è aspettato troppo per iniziare a valutare l'ipotesi di rifare la gara di appalto per proseguire con i lavori?
Che finisse così era troppo evidente come è evidente che i sondriesi dovranno aspettare almeno due anni per veder nascere il nuovo Teatro.

UN OBIETTIVO, TROPPE DIVISIONI

Interessante articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 29 agosto.
Un fondo ricco di spunti che vale la pena leggere. Lo proponiamo come base di dibattito e di discussione.


Si fa presto a dire crescita

UN OBIETTIVO, TROPPE DIVISIONI
Si fa presto a dire crescita
A causa del fatto che, per lo più, non si vuole concedere all'avversario una qualche dignità, ma anche a causa di una diffusa ignoranza della storia patria, il nostro dibattito pubblico tende quasi sempre a immiserire e a banalizzare ciò che non dovrebbe esserlo: le nostre divisioni. Esse non sono alimentate, come ci fa comodo credere, solo da contingenti conflitti di interesse. Riflettono, e riproducono, contrapposizioni antiche. Le divisioni politiche contingenti occultano radicate, profonde, e probabilmente incomponibili, divisioni culturali. Siamo divisi praticamente su tutto e il fatto che il nostro sia ancora uno Stato unitario, per di più corredato di una (claudicante) democrazia, è una specie di miracolo. Usiamo le stesse parole ma diamo loro significati antitetici. Se prescindiamo per un momento dagli interessi in gioco, ad esempio, che altro è lo scontro sulle intercettazioni (diritto di cronaca contro diritto alla privacy) se non una divisione che chiama in gioco due idee radicalmente diverse, e cariche di storia, della libertà?
La stessa cosa accade con un'altra parola che usiamo tanto, soprattutto da quando l'«oggetto» a cui si riferisce è sparito nel nulla: la parola in questione è «crescita». Tre partiti si confrontano e si scontrano sulla crescita. Il primo partito, più diffuso e ramificato di quanto si voglia credere, è quello dei nemici della crescita, dei fautori della de-industrializzazione del Paese. Varie pulsioni lo alimentano: la critica romantica della società industriale, un anticapitalismo che ha varie ascendenze culturali, utopie bucoliche, la sindrome «non nel mio giardino», il sogno di una società capace di eliminare il rischio, l'avversione per un sistema economico-sociale fondato sul continuo cambiamento.
Ma anche i fautori della crescita sono divisi al loro interno. Qui i contrasti si fanno più sottili, non sono sempre immediatamente riconoscibili. Lo stesso governo Monti appare attraversato da questa divisione. E ciò si riflette nei provvedimenti che esso appronta.
A confrontarsi e a scontrarsi sono il partito per il quale la crescita deve essere guidata dallo Stato, che pensa che il governo ne debba essere il deus ex machina , e il partito che la intende come il virtuoso sottoprodotto della libertà degli individui. Ne consegue che i due partiti, pur con alcune sovrapposizioni, attribuiscono compiti diversi al governo. Per il primo partito, il governo deve direttamente «farsi carico» della crescita. Per il secondo, invece, deve creare le condizioni perché siano i cittadini, con la loro libera attività, a farsene carico. Per dire, sia il segretario della Cgil Susanna Camusso nelle sue dichiarazioni che gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina nei loro editoriali sul Corriere auspicano la crescita ma i mezzi a cui pensano per ottenerla non sono propriamente gli stessi. Alla prima concezione, per esempio, è associata l'idea di «politica economica» (salvo ricordare che già nella prima metà dello scorso secolo l'economista Joseph Schumpeter ammoniva che la politica economica è in realtà «politica e basta») e, in tempi passati, anche di «programmazione»: il governo, oltre a manovrare la spesa pubblica, deve marcare stretto, da vicino, gli operatori economici, gli spetta il compito del direttore d'orchestra.
Per la seconda concezione, invece, il governo, se vuole davvero la crescita, deve darsi due compiti essenziali: rendere efficienti (la miglior qualità possibile al costo più basso possibile) i servizi che gli spettano e mettere la società in condizioni di respirare, di non essere oppressa da un eccesso di regolamenti e tasse. Per la seconda concezione, non è compito del governo «promuovere» la crescita. Il suo compito è togliere gli ostacoli burocratici che impediscono alla libera attività dei cittadini di promuoverla.
Se fossimo un Paese meno complicato di come la storia ci ha reso, il confronto politico e, massimamente, il confronto elettorale, sarebbero chiarificatori: sinistra e destra si sfiderebbero proponendo ai cittadini due diverse visioni dei mezzi necessari per rilanciare la crescita economica. Ma siccome siamo complicati, da noi tutto si confonde: talché, a destra, a sinistra e al centro, troviamo, mescolati, i fautori di entrambe le concezioni, i rappresentanti di entrambi i partiti.
Per avere crescita serve dare impulso a un massiccio programma di opere pubbliche mantenendo la pressione fiscale al livello a cui è giunta oppure serve, prima di tutto e soprattutto, abbassare le tasse? La risposta qualifica l'interlocutore come appartenente all'uno o all'altro dei due partiti.
Forse, inadeguatezza di molti protagonisti a parte, una delle ragioni per cui l'esperimento di bipolarismo politico è fallito in questo Paese è che, oberati dalle cattive abitudini e eredità della Prima Repubblica, non siamo riusciti a farne lo strumento per incanalare e contrapporre visioni della crescita (e connesse prassi di governo) chiaramente e inequivocabilmente alternative.